Boghey’s Weblog

Novembre 13, 2008

Ecco quanto Obama considera Berlusconi… zero!

(Pubblicato il di laurentius87 )

Ecco quanto Obama considera Berlusconi e i suoi discorsi, telefonate (e relative polemiche) a parte.
Zero.

Il tutto risale al marzo 2006, quando Berlusconi pronuncia un intervento al Congresso degli Stati Uniti. Obama non applaude, non si alza in piedi, si guarda in giro stranito e perplesso, sbadiglia, rischia di addormentarsi.

Il video è anche una ghiotta occasione per assaggiare qualche boccone dell’improbabile inglese del nostro presidente del Consiglio, più maccheronico di un piatto di tortiglioni. E più indigesto, forse.

Sembra che meglio fosse andata a Walter Veltroni nel 2005, quando fu amichevolmente accolto nello studio di Obama al Senato di Washington.

http://termometropolitico.wordpress.com/2008/11/10/ecco-quanto-obama-considera-berlusconi-zero/

Maggio 19, 2008

Passaparola 1 – 19 maggio 08

passaparola

Ci pisciano addosso e ci dicono che piove
19 Maggio 2008

“Buongiorno a tutti.
Iniziamo questo appuntamento settimanale.
Sono un po’ inesperto in questa materia e quindi spero che la cosa venga bene, ma verrà meglio nelle prossime settimane.
Io vorrei sfogliare con voi i giornali della settimana per mostrare quali sono i problemi che affliggono l’informazione dei quali tutti noi, tutti voi credo, siamo molto preoccupati.
Parto da un caso che mi ha coinvolto ma che, in realtà, non è il mio caso: si chiama “caso Schifani” anche se molti l’hanno chiamato “caso Travaglio”.
Dieci giorni fa sono stato da Fabio Fazio a raccontare alcune cose già presenti in alcuni libri mai querelati e in alcuni articoli querelati da Schifani che però ha perso la causa perché un giudice ha stabilito che tutto quello che aveva scritto di lui l’Espresso era sostanzialmente vero, non c’era alcuna diffamazione.
Quella sera, come già mi era capitato sette anni fa quando ero andato a presentare un altro libro nelle stesse identiche condizioni da Daniele Luttazzi, è intervenuta la prima gallina che fa l’uovo, sempre in questi casi, cioè l’allora ministro e ora capogruppo del Popolo della Libertà provvisoria Maurizio Gasparri il quale ha dichiarato che ci sarebbero state delle conseguenze politiche.
Per un attimo mi sono domandato “fanno dimettere Schifani?”, in realtà volevano far dimettere me da non so cosa e far cacciare tutti i capi possibili e immaginabili della Rai come se io avessi chiesto il permesso o addirittura avessi ricevuto ordini dai capi della Rai, figuriamoci, per dire quelle cose.
Mi ha molto colpito il fatto che tra i più solerti a intervenire contro il fatto che avessi raccontato una cosa vera, documentata e già nota, c’è stato il direttore di Rai3 Paolo Ruffini, già noto per aver collaborato alla chiusura del programma di Sabina Guzzanti “Raiot” – anche lì perchè si dicevano troppe cose vere tutte insieme.
Ha dichiarato che ho “gratuitamente offeso la seconda carica dello Stato”. Effettivamente era gratis, perché nessuno mi ha pagato per farlo. In realtà, Ruffini ha un conflitto di interessi quando parla di Schifani. Forse nessuno, o pochi, lo sanno ma Paolo Ruffini non è [solo] omonimo dell’ex ministro democristiano e dell’ex Cardinale di una certa Palermo anni Settanta: è il figlio del ministro e il nipote del Cardinale. Ma di più: la mamma del direttore di Rai3 Ruffini è la sorella dell’On. La Loggia che non è omonimo dell’attuale parlamentare di Forza Italia (che era socio di Schifani e di Nino Mandalà, poi condannato per mafia, nella famosa società Siculabroker tra la fine degli anni Settanta e la fine degli anni Ottanta): è proprio lui! Praticamente, Ruffini è il nipote di La Loggia. Quindi, le storie della Siculabroker gli basterebbe fare un giro di opinioni in famiglia per conoscerle.
E quando afferma che io non posso raccontarle in televisione… diciamo che sta dicendo che non dovrei rinvangare certe storie di famiglia. Della sua famiglia. Si chiama conflitto di interessi, anche se in questo caso Berlusconi non c’entra, ma nessuno l’ha fatto notare. Pazienza! Meglio sapere con chi si ha a che fare, chi parla e chi dirige la rete progressista della Rai; poi ci sono anche le reti dirette dal centrodestra. A quel punto cos’è successo? Nessuno ha chiesto a Schifani conto e ragione di quello che è nei documenti ma, in compenso, hanno cominciato a chiedere conto a me di una serie di cose che peraltro non ho mai fatto. Per esempio, l’ottimo giornalista di “Repubblica” D’Avanzo ha addirittura insinuato in un articolo mellifluo che io mi fossi fatto pagare le vacanze estive del 2002 o del 2003 da un signore che è stato poi condannato per mafia e che io non ho mai visto, né conosciuto, né sentito nominare. Poi, però, ha scritto “chi potrebbe credere a questa cosa?”. Forse è il primo caso di un giornalista che nella riga sopra scrive una notizia e in quella sotto “ma nessuno ci crede!”. Ma se nessuno ci crede perché la scrivi? Perché non la verifichi? Perché non fai il tuo mestiere? Pazienza, ma questo ha portato a parlare di me e delle mie vacanze invece di parlare delle società e delle consulenze urbanistiche del presidente del Senato. Consulenze urbanistiche che, guarda caso, sono state commissionate a Schifani dal comune di Villabate, uno dei comuni più infiltrati dalla mafia, e proprio da quel Nino Mandalà che proprio quindici-vent’anni prima sedeva nella stessa società di brokeraggio con Schifani e La Loggia. Comune che poi è stato sciolto due volte per mafia, per cui Schifani non ha potuto portare a termine il suo lavoro a proposito del Piano Regolatore che secondo il presidente del Consiglio Comunale di Villabate, Francesco Campanella attualmente in carcere e pentito, Schifani e La Loggia avevano concordato direttamente con il boss. Altra lezione di D’Avanzo: come fai ad accusare della gente di aver avuto rapporti, anche d’affari, [con queste persone] prima della loro incriminazione e della loro condanna? Uno non diventa mafioso il giorno in cui lo condannano per mafia o lo arrestano. Di solito è mafioso fin dalla più tenera età, è difficile la vocazione adulta nella mafia. Ti reclutano da giovane. Chi sta a Palermo e si mette in società con certe persone dovrebbe prima informarsi di chi siano. Chi accetta consulenze da un comune pesantemente infiltrato dalla mafia non può dire “non lo sapevo”. Prima di lavorare in certi ambienti devi prendere informazioni, e su Mandalà le informazioni in loco erano piuttosto copiose. I magistrati, quando arrivano, sono sempre gli ultimi a sapere, un po’ come i cornuti. Negli ambienti politici – lo diceva già Paolo Borsellino ma anche Giuseppe Aiala nel suo ultimo libro – chi ha certi rapporti lo si viene a sapere ben prima che la magistratura lo possa mettere nero su bianco. Altrimenti oggi dovremmo dire che Al Capone non era un mafioso. Al Capone non è mai stato condannato per mafia ma solo per evasione fiscale. Dovremmo definire Al Capone il “noto evasore fiscale italo-americano”, secondo il metodo D’Avanzo. Ma andiamo avanti, non voglio parlare troppo di questo caso ma dei giornali, di come titolano i loro articoli e di quello che scrivono nei loro articoli. Naturalmente, la fonte che D’Avanzo indicava, cioè l’avvocato di questo Aiello che avrebbe detto di avermi pagato le vacanze, ha scritto a D’Avanzo una letterina su Repubblica in cui diceva “io non posso essere la sua fonte perché non l’ho mai sentita ne vista”. La risposta di D’Avanzo non è stata “chiedo scusa, mi sono sbagliato, era una balla”. Non ce n’è uno che si prenda la responsabilità di aver detto questa balla. Nessuno lo sa. La risposta di D’Avanzo sono due righe, uno vera lezione di giornalismo: “Il ricordo di Michele Aiello – cioè il ricordo che mi aveva pagato le vacanze, che non è vero – è stato raccolto da fonti vicine all’inchiesta”. “Fonti vicine all’inchiesta”. Tenete presenti queste parole, sono tutte espressioni nuove, neologismi che vengono fuori per l’occasione. “Fonti vicine all’inchiesta”. Non si sa chi l’ha detto, sentito, riferito. “Fonti vicine all’inchiesta”. Fonti purissime… Il Riformista: “Travaglio si discolpa su Repubblica: ‘Ho pagato io quella vacanza’”. Il titolo è già interessante: “si discolpa”. Ma di che? Io non mi discolpo di niente, non ho fatto niente! Ho raccontato le mie vacanze proprio perché non ho niente da nascondere, mentre a dieci giorni da “Che tempo che fa” l’unico che non ha ancora spiegato è il presidente del Senato. Anche perché spontaneamente non lo farà mai. Ci vorrebbe un giornalista che gli mettesse un microfono sotto il naso e gli facesse la domanda sulla Siculabroker, sul comune di Villabate e sulle sue consulenze. Ma purtroppo non è accaduto. L’unico che gli ha messo sotto il naso il microfono è stato un giornalista del TG1 che, sdraiato carponi, gli ha chiesto: “Presidente, come agevolare il dialogo tra destra e sinistra?”. Il presidente, naturalmente, ha risposto che il dialogo è importante. Meglio del dialogo che ha visto in questi giorni: è stato baciato da Anna Finocchiaro con grande trasporto. Non se lo poteva immaginare. Seconda domanda: “Anna Finocchiaro l’ha difesa, è contento?” Fine dell’intervista. Nessuna domanda. Che risponda lui a domande che nessuno gli fa sarebbe abbastanza impensabile, infatti questo è l’unico Paese in cui uno che ha avuto certi rapporti e ha certi particolari biografici può diventare, di fatto, il vicepresidente della Repubblica in quanto seconda carica dello Stato. En passant cito Il Giornale, che invece di parlare di Schifani parla di me in un articolo pieno di balle. A un certo punto c’è scritto che io avrei una rubrica settimanale su Repubblica Torino, ed è vero, in cui rispondo alle lettere “con il vezzo di un autoritratto firmato dal disegnatore Mannelli”. Ma come faccio ad avere un autoritratto firmato da un disegnatore che non sono io? Quello si chiama ritratto, l’autoritratto è quello che mi faccio io! Non si sa più nemmeno che parole usare, in certi casi. Si usano parole completamente fasulle. A questo punto che succede? Le nebbie si diradano, si viene a scoprire che anche la storia delle mie vacanze è una balla, nessuno chiede scusa – anzi si scrive “fonti vicine all’inchiesta” – e partono tutte le procedure legali per cercare di tappare la bocca o a chi ha ospitato o a chi ha raccontato questi fatti. Partono le solite authority, i soliti consigli di amministrazioni, le solite commissioni parlamentari di vigilanza. Tutti organismi politici dove ci sono dentro D’Alema, Fassino, Berlusconi, Fini, Mastella, travestiti tramite i loro emissari, che aprono pratiche, minacciano sanzioni, annunciano codici. Addirittura denunciano violazioni che nessuno ha mai commesso perché i codici li conoscono soltanto loro e le regole le conoscono soltanto loro. Io personalmente una regola conosco: verificare se una cosa è vera, accertarmi se sia interessante. Se è vera ed interessante, dirla. L’unica regola che conosco è che non bisogna violare il codice penale. Qualcuno ritiene che l’abbia violato? Lo dimostri in Tribunale. Qualcuno ritiene di avere qualcosa da rispondere? Risponda. Non ho sentito nessuna risposta, solo tante parole al vento. Segnatevi anche questa: contraddittorio. Fabio Fazio è l’intervistatore, io l’intervistato. La cosa accade tutti i sabati e le domeniche sera, si chiama intervista. Prevede che uno faccia le domande e l’altro dia le risposte. In questo caso hanno detto che ci voleva il contraddittorio, una terza persona – non so, la Finocchiaro o Schifani sotto la poltrona – che sbuca fuori per dire di starmi zitto o che sto raccontando balle. Ma questo non è mai avvenuto in nessuna intervista! Tra l’altro al presidente del Senato non mancano i mezzi, basta che faccia un gesto e si ritrova tutte le telecamere ai suoi piedi pronte a riferire qualunque sospiro esca dalla sua bocca. Perfino quando annuncia una lotta solenne e feroce alla mafia, che verrebbe anche meglio se uno non fosse socio dei mafiosi, ma non si può avere tutto dalla vita. La cosa che più mi ha fatto piacere è che questa manovra per screditare chi racconta i fatti non è andata a buon fine: chi riesce a conquistarsi una credibilità col proprio lavoro, con la propria serietà, alla fine ottiene quei famosi riconoscimenti dal basso di cui parlava Enzo Biagi, che sono incompatibili con i riconoscimenti dall’alto. Si deve scegliere: se li vuoi dal basso non li avrai dall’alto, e viceversa. Quindi, svanita la manovra, mi rimangono alcuni messaggi che mi sono appuntato. Uno viene da un mio amico che lavora alla Rai a Londra il quale mi ricordava che, a differenza che nella sua azienda, in Inghilterra quando un giornalista del servizio pubblico, la BBC, viene attaccato succede esattamente il contrario di quanto accade in Italia. Nel 2004 alcuni giornalisti della BBC fecero emergere il dossier Irak, cioè il dossier di bugie organizzate dal governo Blair d’intesa col governo Bush per mentire ai popoli occidentali, raccontare le balle delle armi di distruzione di massa mai trovate e dei rapporti tra Bin Laden e Saddam Hussein che non esistono. Quando andò in onda questo scoop il governo attaccò questi giornalisti. Bene, il presidente e il direttore generale della BBC, servizio pubblico radiotelevisivo pagato con i soldi degli inglesi, anziché prendersela con i giornalisti che li avevano messi in difficoltà con i loro scoop sul governo, si dimisero per difendere i loro cronisti. Da noi avete visto cos’hanno fatto i vertici della Rai, hanno detto che io avevo fatto qualcosa di inqualificabile, evidentemente perché non sono abituati a sentir raccontare la verità mentre quando vedono uno scendiletto che mette il microfono sotto il naso del presidente Schifani per chiedergli come agevolare il dialogo… beh quello gli piace, gli sembra un’intervista vera. Lì non chiedono il contraddittorio e neanche le domande! E’ una questione di abitudine. Quando parlano di BBC, se la guardassero almeno un paio di secondi al giorno per capire così un servizio pubblico radiotelevisivo. Altra cosa che mi ha fatto piacere è che molti mi hanno mandato delle citazioni, delle frasi, degli articoli e persino dei detti. Vorrei concludere con un detto catalano che una studentessa di Barcellona in Italia per una borsa di studio mi ha mandato, insieme a uno di Paul Valerie che già conoscevo. Il detto di Paul Valerie è: “c’è un solo modo per vedere realizzati i propri sogni: svegliarsi”. C’è un altro detto di Paul Valerie: “se non riesci a demolire il ragionamento, cerca almeno di demolire il ragionatore”. La stessa cosa avviene quando non riesci a demolire i fatti, che hanno una loro forza intrinseca, cerca almeno di demolire chi li ha raccontati. Infine, il detto catalano, che questa ragazza mi ha segnalato dicendomi che non le viene in mente niente di più preciso per descrivere la situazione che sta vivendo in Italia, la qual cosa la sgomenta parecchio. E con questa vi lascio: “ci pisciano addosso e ci dicono che sta piovendo”. Ciao, a lunedì prossimo.”

Travaglio in diretta il lunedì

passaparola

Maggio 8, 2008

Comunisti a chi?

Archiviato in: Dicono di lui — boghey @ 6:22 pm

Perché in Berlusconi si nasconde un comunista

Di Umberto Eco

Il modo in cui il Polo ha impostato la sua campagna elettorale è senza dubbio efficace, così che molti si chiedono quale sia non diciamo il suo segreto ma la sua chiave e il suo modello. La prima cosa che viene in mente è che il Polo, e segnatamente Berlusconi (unico volto della campagna) seguono il modello pubblicitario. Del modello pubblicitario hanno individuato la riproposta continua dello stesso simbolo e di pochi slogan memorizzabili, nonché un’accorta scelta cromatica, certamente vincente perché molto affine a quella di Windows.

 

L’elementarità degli slogan è la stessa di quella dei prodotti di grande consumo e ha in comune con le campagne commerciali il principio per cui lo slogan non deve preoccuparsi di essere giudicato vero. Nessun acquirente crede realmente che Scavolini sia la cucina di tutti gli italiani (le statistiche lo smentirebbero) o che il detersivo tale lavi più bianco degli altri (la casalinga o il casalingo sanno che, oltre un certo prezzo, i detersivi di marca lavano più o meno nello stesso modo): e tuttavia gli acquirenti quando debbono fare un acquisto sono più sensibili ai prodotti di cui hanno memorizzato lo slogan.

 

In tal senso è del tutto inutile (o al massimo divertente) che satirici o politici ironizzino sul presidente operaio o sulle pensioni più dignitose per tutti: lo slogan non pretende di essere creduto ma solo di essere ricordato. Tuttavia il modello pubblicitario funziona per i manifesti o altri tipi di annuncio pubblicitario ma non, per esempio, per le azioni di battaglia parlamentare o a mezzo media, condotte a mano a mano che si avvicina la scadenza elettorale.

 

Anzi, qualcuno ha già notato un’apparente contraddizione tra l’amichevolezza della propaganda e l’aggressività dell’azione politica, tanto da intravedervi un errore di tattica. Ed ecco che si è fatta strada l’interpretazione Montanelli: non sapendo controllare alcune eredità genetiche delle sue componenti e alcune tendenze psicologiche profonde del suo leader, il Polo manifesterebbe le proprie tendenze autoritarie e una nostalgia latente (ancorché ancora simbolica) per il santo manganello.

 

Ma anche questa lettura mi sembra parziale. Essa spiega alcune intemperanze, minacce e promesse, ma non tutti i comportamenti dell’alleanza, che mi paiono invece seguire, in modo coerentissimo, un altro modello. Questo modello è non fascista o consumistico, bensì veterocomunista e, per certi aspetti, sessantottardo.

 

Cerchiamo (chi ha l’età per poterlo fare) di ricordare quali erano le tattiche e le strategie propagandistiche del comunismo togliattiano. Per quanto complessa potesse essere l’elaborazione culturale interna al gruppo dirigente, il partito si mostrava all’esterno mediante slogan efficaci e comprensibili, ripetuti in ogni occasione.

 

Anzitutto l’attacco all’imperialismo capitalista come causa della povertà nel mondo, al Patto Atlantico come suo braccio guerrafondaio, al governo come servo degli americani, e alla polizia come braccio armato del governo. Se non a livello istituzionale, avveniva peraltro la delegittimazione di una magistratura che condannava gli scioperanti in agitazione ma non i loro aguzzini, o per lo meno si sottolineava una netta distinzione tra una magistratura buona, in genere pretori d’assalto, che si occupavano dei diritti delle masse e una magistratura cattiva che non condannava gli illeciti della classe dirigente ma era severa con la protesta operaia.

 

Basta sostituire all’America il Comunismo e i suoi servi sciocchi (che possono andare sino al cattolico Scalfaro o al conservatore Montanelli), e tenere presente la divisione tra toghe rosse, che investigano sugli affari di Berlusconi, e toghe “buone” (chiamate in causa ogni volta che si deve dimostrare che l’accusa era infondata) e lo schema appare lo stesso.

 

In secondo luogo ricordiamo l’uso di slogan di presa immediata (ben più semplicistici del progetto politico che volevano propagandare): si pensi agli interventi alla Pajetta nelle Tribune Politiche dove, malgrado la sottigliezza dialettica dell’oratore, l’idea centrale era “bisogna cambiare le cose”.

 

In terzo luogo la capacità indubbia di monopolizzare valori comuni e farli diventare valori di parte: si pensi alla massiccia campagna per la pace, all’uso di termini come “democratico” (che alla fine veniva a connotare solo i regimi dell’est europeo), alla cattura quarantottesca dell’immagine di Garibaldi. Così come oggi chi grida “forza Italia” in un campo sportivo, o parla di valori liberali e di libertà diventa immediatamente propagandista del Polo, allora chi avesse voluto parlare di pace e pacifismo veniva automaticamente arruolato tra i compagni di strada del PCI – almeno sino a che Giovanni XXIII con la Pacem in Terris non si è ripreso l’ideale della pace come valore non comunista.

 

Altro elemento della propaganda e della politica veterocomunista (sia in parlamento che nelle piazze) era da un lato l’estrema aggressività, anche verbale, in modo da denunciare ogni atteggiamento avversario come anti-popolare, e al tempo stesso la denuncia costante dell’aggressività altrui e della persecuzione nei confronti dei partiti popolari. Questo atteggiamento è passato poi, in modo ben più cruento, dai movimenti insurrezionali sudamericani (per esempio i Tupamaros) ai terroristi europei, che seguivano il progetto (rivelatosi utopico) di mettere in atto provocazioni insostenibili per ogni governo affinché si scatenasse come risposta una repressione di Stato che poi sarebbe stata sentita come insostenibile dalle masse.

 

Ma, senza andare a scomodare i movimenti violenti, l’aggressività nel denunciare il complotto dei media è diventata l’arma vincente dei radicali, che hanno costruito la loro vasta visibilità mediatica su azioni di protesta per il silenzio che i media avrebbero praticato nei loro confronti. Tipico del berlusconismo è infatti di disporre di un formidabile apparato massmediatico e di usarlo per lamentare la persecuzione da parte dei media.

 

Altri elementi della propaganda veterocomunista erano il richiamo al sentimento popolare (oggi “la gente”), l’uso di manifestazioni massicce con sventolio di bandiere e canti, la fedeltà al colore-richiamo di fondo (allora rosso, oggi blu) – e infine (se dobbiamo dare ascolto alle analisi della destra) l’occupazione più o meno strisciante dei luoghi di produzione culturale (allora massimamente le case editrici e i settimanali).

 

Potremmo persino citare il tentativo compiuto dall’Universale del Canguro di ascrivere i grandi del passato tra gli autori progressisti, da Diderot a Voltaire, da Giordano Bruno alle utopie di Bacone, da Erasmo a Campanella. E cito questi nomi perché sono quelli che, sia pure in edizioni raffinate e non popolari, Publitalia sta riesumando. Un discorso più complesso e sottile andrebbe fatto a proposito della “doppiezza togliattiana”, ma lascio al lettore la scoperta di interessanti analogie.

 

Mentre parlavo a qualcuno di queste somiglianze, mi è stato fatto notare che tuttavia, pur nella sua aggressività verso il governo, il Pci dei tempi classici aveva cercato di sostenere molte delle leggi che esso proponeva (dall’articolo 7 della Costituzione a molte riforme), mentre pare tipico del Polo opporsi, magari mediante uno sdegnoso astensionismo, a riforme governative che pure esso potrebbe in parte sostenere.

 

Certamente Togliatti, una volta accettata l’idea che dopo Yalta non si poteva, e forse non si doveva, pensare a una soluzione rivoluzionaria, aveva conseguentemente accettato l’idea di una lunga marcia attraverso le istituzioni (il cui capitolo finale sarebbe stato, molto dopo la sua morte, il consociativismo). In tal senso la politica del Polo non sembra veterocomunista. Ma ecco che qui si innerva, nel modello propagandistico e nelle strategie e tattiche di lotta politica del Polo, il modello dei gruppi extraparlamentari del Sessantotto.

 

Del modello sessantottesco si ritrovano nel Polo molti elementi. Anzitutto, l’identificazione di un nemico molto più sottile e invisibile degli Stati Uniti, come le multinazionali o la Trilaterale, denunciandone il complotto permanente. In secondo luogo il non concedere mai nulla all’avversario, demonizzarlo sempre, qualsiasi fossero le sue proposte, e quindi rifiutare il dialogo e il confronto (rifiutando ogni intervista di giornalisti costitutivamente servi del potere). Di qui la scelta di un Aventino permanente e dell’extraparlamentarismo. Questo rifiutarsi a qualsiasi compromesso era motivato dalla convinzione, reiterata a ogni momento, che la vittoria rivoluzionaria era imminente. E dunque si trattava di fiaccare i nervi a una borghesia complessata, annunciandole a ogni passo una vittoria indiscutibile dopo la quale non si sarebbero fatti prigionieri e si sarebbe tenuto conto delle liste di proscrizione che apparivano nei tazebao. Con la tecnica del lottatore di catch che terrorizza il contendente con urla feroci, s’intimidiva l’avversario con slogan quali “fascisti, borghesi, ancora pochi mesi” e “ce n’est qu’un debut”, o lo si deligittimava al grido di “scemo, scemo!” (l’arteriosclerosi di Montanelli).

 

La marcia verso la conquista del potere veniva sostenuta attraverso l’immagine trionfale di un volto carismatico, fosse esso quello del Che o della triade Lenin, Stalin, Mao Tze Tung – e a nessun leader minore veniva concesso l’onore del ritratto. Tutte queste potrebbero sembrare soltanto analogie, dovute al fatto che i comportamenti propagandistici si assomigliano tutti un poco, ma giova ricordare quanti transfughi e del vetero comunismo e del Sessantotto siano confluiti nelle file del Polo.

 

Per cui non è irragionevole pensare che Berlusconi, più che ai pubblicitari e ai sondaggisti della prima ora, abbia prestato orecchio a questi consiglieri. Inoltre, prestare orecchio a esperti di un rapporto con le masse, appare particolarmente intelligente dal momento che, nella geografia politica attuale, il vero partito di massa è il Polo, che ha saputo individuare, nel disfacimento sociologico delle masse pensate dal marxismo classico, le nuove masse, che non sono più caratterizzate dal censo bensì da una generica appartenenza comune all’universo dei valori massmediatici, e quindi non sono più sensibili all’argomento ideologico bensì al richiamo populista.

 

Il Polo si rivolge, attraverso la Lega, alla piccola borghesia poujadista del nord, attraverso An alle masse emarginate del sud che da cinquant’anni votavano per monarchici e neofascisti, e attraverso Forza Italia alla stessa classe lavoratrice di un tempo, che in gran parte ascende al livello della piccola borghesia, e di questa ha i timori per la minaccia che viene dai nuovi lumpen per i propri privilegi, e avanza le richieste a cui può rispondere un partito che faccia proprie le parole d’ordine di ogni movimento populista, la lotta contro la criminalità, la diminuzione della pressione fiscale, la difesa dal prepotere statale e dalla capitale fonte di ogni male e corruzione, la severità e il disprezzo nei confronti di ogni comportamento deviante.

 

Non si trascuri che di matrice populista sono alcuni degli argomenti con cui persone anche di umile condizione manifestano la loro attrazione per Berlusconi. Gli argomenti sono che essendo egli ricco non dovrà rubare (argomento che si basa sull’identificazione qualunquistica tra politico e ladro), l’indifferenza al conflitto di interessi (che cosa importa a me se fa i suoi interessi, l’importante è che si occupi anche dei miei, che sono diversi dai suoi) e la persuasione mitica che un uomo che ha saputo diventare enormemente ricco possa distribuire benessere anche al popolo che governa (senza considerare che questo non è mai accaduto né con Bokassa né con Milosevic).

 

Si noti che non solo questa è persuasione tipica del teledipendente (chi si avvicina alla trasmissione miliardaria ha buone possibilità di diventare miliardario) ma è atteggiamento che affonda le proprie radici in credenze primitive e forse archetipe. Si pensi al “culto del cargo”, fenomeno religioso che si è manifestato tra le popolazioni dell’Oceania tra l’inizio del colonialismo sino almeno alla fine della seconda guerra mondiale: siccome i bianchi arrivavano sulle loro coste, per nave o per aereo, scaricando cibo e altre merci mirabolanti (che ovviamente servivano all’invasore), nasceva l’attesa messianica di una nave, prima, e di un cargo aereo poi, che sarebbe arrivato a portare gli stessi beni anche ai nativi.

 

Quando si individuano nel proprio elettorato queste pulsioni profonde si è partito di massa, e di ogni classico partito di massa si adottano parole d’ordine e tecniche d’assalto. E forse uno dei peccati originali della sinistra, oggi, è nel non sapere accettare in pieno l’idea che il vero elettorato di un partito che si vuole riformista non è più fatto di masse popolari bensì di ceti emergenti, e di professionisti del terziario (che non sono pochi, purché si sappia che è a essi e non alla mitica classe operaia che occorre rivolgersi).

 

Pertanto una delle scoperte di questa campagna elettorale potrebbe essere che il politico più “comunista” di tutti è probabilmente Berlusconi. In realtà le tattiche veterocomuniste e sessantottesche saranno le stesse, ma vengono messe al servizio di un programma che può andare bene anche a molti strati della Confindustria, ai quali in altri tempi è andato bene il programma corporativista. In ogni caso, avanti o popolo.

 

tratto da “la Repubblica” del 3 aprile 2001

 

http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&currentArticle=2DV2U

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