di Franco Cordero
(“la Repubblica”, 12 novembre 2003)
Domenica5 ottobre 1980 Licio Gelli lancia segnali dal Corriere: gli affari vanno a meraviglia ma qualcosa muta nell’orizzonte politico, dalla linea d’unità democratica, implicante prima o poi l’ingresso dei comunisti nell’area governativa, allo schieramento quasi bipolare (i vecchi partiti, escluso il Ms, al cui sdoganamento mancano 13 anni, contro un Pci egemone sulla sinistra); e l’intervista contiene un proclama preberlusconiano. La P2 ha i mesi contati. Gl’inquirenti milanesi su omicidio Ambrosoli e bancarotta Sindona perquisiscono stabilimenti, dimore, residenze del Venerabile: consta che nell’estate 1979 l’avesse visitato un massone italoamericano, attivo nel finto sequestro politico del banchiere mafioso (con mano da chirurgo gli aveva affatturato una ferita); a Castiglion Fibocchi, martedì 17 marzo 1981, saltano fuori i famosi elenchi, 950 nomi, configuranti uno sbalorditivo tableau dell’Italia trafficona. Venerdì ne parla la Rai. L’indomani il Giornale anticipa gli eventi dando presente sulla scena un magistrato romano: non c’era ma arrafferà il caso; l’annuncio viene da qualche preconoscitore. Bisogna informare l’autorità politica. Assente Pertini, allora capo dello Stato, mercoledì 25 i due inquirenti vanno a Palazzo Chigi, accolti dal capo-gabinetto (tessera P2 n. 1637). Sono carte autentiche?, domanda A. Forlani: gli esibiscono un autografo del guardasigilli sulla domanda d’ammissione alla P2; cade ogni dubbio. Due mesi dopo le liste arrivano al pubblico. Il governo sprofonda. Roma s’afferma competente sollevando un conflitto, risolto a suo favore: gli àuguri lo sapevano, e che sarebbero svanite le imputazioni monstre, gonfiate al fine d’acquisire i procedimenti (quando siano connessi, competono tutti al giudice del reato più grave: art. 47 cod. 1930); il tempo lava i residui.
Tempestivamente sparito, L.G. non perde una mossa, da quel burattinaio che racconta d’essere: affida alla figlia Maria Grazia delle carte nel doppio fondo d’una valigia affinché siano scoperte; gliele sequestrano i doganieri (Roma, 4 luglio 1981). Così viene alla luce il “Piano” d’una “rinascita democratica”, databile 1976: appunti senza pretese, dirà (giugno 1984); comunque fosse nato, è lettura istruttiva. L’aggettivo “democratico” va inteso alla lettera, avverte. Indi espone obiettivi, percorsi, programmi: i quali ultimi contemplano dei ritocchi alla Carta, dopo che siano restaurati i fondamenti; e gli obiettivi sono gangli nei quali infiltrarsi. Primo, i partiti, dallo Psi al Pli, attraverso Pri, Psdi, Dc, con riserva d’un ripensamento su Destra Nazionale. Secondo, stampa, quotidiana e periodica, al qual proposito esclude interventi societari: costano meno singoli giornalisti, scelti comme il faut; al diavolo la Rai. Terzo, i sindacati confederali e autonomi: bisogna”ricondurli” alla funzione “naturale” rompendo l’unità sindacale; la questione tattica immediata è dove fare leva. Quarto, un governo nuovo, strutture e uomini. Quinto, magistratura “ricondotta” all’antica fedeltà. Con 30 o 40 miliardi conta d’acquistare partiti, stampa, sindacati, collocando uomini in “buona fede” nei punti dominanti. Il cervello strategico dell’invasione sarà un club rotariano: imprenditori, finanzieri, professionisti, amministratori pubblici, magistrati; “pochissimi” mattatori condurranno l’azione politica.
Appare Craxi, spicca Andreotti: il denaro circolerà “con i dovuti controlli”, purché le insegne meritino ancora credito; se no, i capitali alimenteranno due “movimenti” che attraversino Psi, Psdi, Pri, sinistra liberale, sinistra democristiana, destra democristiana, liberal-conservatori, Destra nazionale democratica. I club fungono da alambicco: politica militante e società civile nel rapporto da 1 a 3; l’opinione pubblica richiede sponsores d’alta qualità, abili, irreprensibili, senza obsolete divise ideologiche. Siamo al capitolo “stampa o meglio, giornalisti”: 2 o 3 sotto ogni testata, ciascuno ignaro dell’altro; li recluteranno 3 o 4 intenditori. Qualche settimanale d’assalto: stampa e televisioni locali coordinate da una sola agenzia centrale; dissolta la Rai “in nome della libertà d’antenna ex art. 21 Cost.”. Suonano molto chiare le direttive sindacali: primo, “rovesciare i rapporti” interni dell’ “attuale trimurti”; secondo, rompere l’unità, assecondando pulsioni centrifughe minoritarie nella Cisl, prevalenti nella Uil; terzo, fusione con gli autonomi. Così il sindacato ridiventa “collaboratore del fenomeno produttivo”, senza l’assurda pretesa d’influire sulle decisioni d’impresa e governative. Analoghe tattiche infiltranti disegna nel mondo giudiziario: una corrente moderata raccoglie 40 toghe su 100; acquisita mediante “concreti aiuti materiali”, può attuare un “rapido aggiustamento” che “riconduca” il corpo togato all’antica disciplina. È parola-chiave “ricondurre”. Nello sfondo risplende l’età aurea, quando la proprietà discriminava gl’individui, prima che venisse Giolitti, aborrito dal Corriere. Quel sindacato collaborante rammenta la vittoria padronale sul sindacalismo fascista d’Edmondo Rossoni, 1928. Nelle previsioni appare cauto: non vede una restaurazione imminente; ma il tempo volerebbe se, Deo adiuvante, salissero al governo un uomo “o un’équipe già in sintonia con lo spirito del club”.
Questo singolare documento conta 16 pagine: la “Premessa” ne piglia meno d’una; gli “Obiettivi” poco più d’una; 3 i “Procedimenti”; 9 i “Programmi”. Li apre la diagnosi d’un marasma nello Stato. Dicono tutto due esempi: la deriva del potere dalle sedi naturali (parlamento e governo) verso i sindacati, nonché “padronati multinazionali”; e l’elefantiaca scuola pubblica, sorda al merito, nella funesta illusione che il diploma garantisca lavoro, donde effetti perversi quali delusione, apatia, fuga nella droga, ideologia eversiva, terrorismo. Il capitolo terapeutico distingue gl’interventi a breve termine dal medio-lungo. Esiste un problema “giustizia” risolubile in sei mosse: prima, due magistrature separate, requirente e giudicante; seconda, pubblico ministero subordinato al ministro; terza, piena parità accusa-difesa e indagini trasparenti; quarta, un Csm controllato dalle Camere; quinta, carriera selettiva secondo i meriti; sesta, magistrati eletti nelle file forensi (a titolo sperimentale).
I berluscones gliel’hanno «copiato quasi tutto», rileva l’autore. Vero, e continua filoni italiani impersonati da S. Sonnino, L. Pelloux, A. Salandra, ? Alberini [allora direttore del Corriere), nella cui filosofia i possidenti meritano una tutela preminente. Perciò odiano Giolitti: l’infame cuneese non manda carabinieri e cavalleria contro gli scioperanti; “La esorto a continuare”, risponde quando l’agrario senatore Silvio Arrivabene telegrafa furente d’essere costretto ad accudire il bestiame. La giustizia classista castiga i furti e socchiude gli occhi sulla sofisticata criminalità signorile, mentre anime delicate dell’upper class coltivano passioni filantropiche. Sappiamo da Freud quanto poco cambi la cloaca psichica, ma la contesa politica sviluppa anche quadri d’una razionalità evoluta: Richelieu, rifondatore della monarchia, punta allo Stato moderno; Napoleone pensa su scala europea, ecc. L’Italia berlusconiana esibisce figure, stili, ideologie da filibusta: avendo tanta roba da difendere, avventurosamente accumulata, il signore dell’etere salta in politica; assolda uomini; arremba vascelli; legifera pro domo sua. Scorridore era, tale resta. Davanti a lui, Licio Gelli è Metternich, e vendeva materassi a molle.
Martedì, 25 novembre 2003