di Franco Cordero
(“la repubblica”, 30 aprile 2002)
Che magnifico reperto è B. nel museo dei politologi: sta fondando un regime personale; e notiamolo subito, tale non risulta il fascismo governativo 1924-1925. Mussolini gioca partite complesse, sul filo d’equilibri rischiosi, alle prese con vari fattori: squadrismo facinoroso, monarchia, comandi minoritari, piccola borghesia patriottica, la destra economica nel cui interesse ha sgominato i rossi; voleva pattuire un pacifico modus vivendi, 1921, ma gliel’hanno impedito i falchi, in particolare Dino Grandi, reazionario d’una specie volpina destinato a lunga e comoda vita. L’ultimo giorno dell’anno, 33 scherani gli portano l’ultimatum invadendo Palazzo Chigi: e rischierebbe la testa, nel senso anatomico oltre che politico, se non rompesse i ponti con l’Italia prefascista sabato 3 gennaio 1925; rottura cauta, perché non vuole né può ancora sfidare i poteri costituiti intorno alla Corona. L’incipiente Italia fascista non era regime personale. Lo diventa post 1936, consumandosi in nemmeno 4 anni: ne seguono 3 d’agonia; gli ultimi 19 mesi sono commedia macabra.
II precedente classico è Louis Napoléon o lo sarebbe, se fossero comparabili casi tanto diversi: terzo e ultimo nato (Parigi, 20 aprile 1808) dal Bonaparte effimero re d’Olanda e Ortensia Beauharnais, figlia dell’imperatrice Josephine (legalmente sono zio e nipote); non attira lo sguardo, né i conoscitori gli attribuiscono talenti occulti, anzi pare piuttosto vacuo, ma ha carisma genetico o almeno onomastico (voci insistenti lo dicono figlio adulterino), ferma fede nella sua stella e un passato politico. Cresce in Svizzera. A Roma frequenta congreghe carbonare, 1829-30.
L’anno dopo appare sulla scena romagnola con gl’insorti; e lì muore il fratello senior Napoléon Charles-Louis, vittima d’un accidente su cui esistono due versioni: rosolia o la fucilata d’un carbonaro traditore nella fuga verso Forlì. Scomparso poi il figlio unico della seconda coppia imperiale, già re infante di Roma, indi arciduca austriaco, è lui l’erede. I francesi riscoprono l’Impero, annoiati dalla piatta monarchia orléanista. Nell’attesa scrive currenti calamo: qualcosa ha letto; s’improvvisa storico, sociologo, cultore d’arte militare. Indi passa all’azione: fallito l’ammutinamento strasburghese, 1836, un indulgente bando lo spedisce negli Stati Uniti; 4 anni dopo, marcia su Boulogne. Secondo scacco e lunga dimora nel forte d’Ham, penna in mano: en passant risolve la questione sociale (L’Extinction du paupérisme); evaso dopo 6 anni in abiti da operaio, aspetta a Londra che l’eredità gli cada nel piatto. Senza saperlo, lavorano tutti per lui: Louis-Philippe. re borghese. e Francois Guizot, ministro erudito,portano la monarchia al suicidio; i repubblicani declamano sogni; Alphonse Lamartine, commissario agli esteri nel nuovo governo, «dichiara pace al mondo», sicuro d’avere in tasca la futura presidenza della Repubblica perché modula versi melodiosi e parla benissimo; furori verbali disseminano paura endemica nei ceti possidenti, dalle campagne ai bottegai. Dal Palais Luxembourg una Commission du travail codifica il diritto al lavoro: negli Ateliers nationaux, fondati ad hoc, ognuno incassa 2 franchi al giorno, una cuccagna; presto sono 100 mila, troppi, sicché il sussidio scende a 8 fr. settimanali. Quando un decreto li smobilita, incorporando i giovani nell’Armée, erompono 400 barricate. Il governo le aspettava. Louis Eugène Cavaignac, deputato alla Costituente ed ex-comandante dell’armata d’Africa, schiera 100 mila soldati: dura 4 giorni la «guerra servile» (Tocqueville, Souvenirs, IX capitolo) nel solstizio d’estate; cadono 5 generali; feroci repressioni. Cavaignac forma un ministero. E’ l’uomo forte dell’ortodossia borghese-repubblicana.
L’Assemblea costituente, 4 novembre, vara una repubblica presidenziale fondata sul suffragio universale (sotto la monarchia orléanista il corpo elettorale aveva solo 240 mila teste). I citoyens vanno alle urne domenica 10 dicembre: su 7.517.811 votanti Louis Napoléon miete 5.572.834 voti; Cavaignac, 1.469.156; Alexandre Ledru-Rollin, 376.834; François-Vincent Raspail, 37.106; Lamartine, derelitto, ne spigola 20.938. Nella nuova assemblea (13 maggio 1849) legittimisti e fautori degli Orléans occupano 500 seggi; 70 repubblicani superstiti espiano l’eloquenza ventosa; resistono 180 rossi, alias montagnardi ovvero socialisti, verosimilmente meno ostili al napoleonide che all’espugnatore delle barricate. La seconda repubblica esala i resti d’anima nella sommossa contro l’intervento a Roma, 13 giugno. L’equivoco presidente guadagna Mater Ecclesia col regalo delle scuole (1. Falloux, 10 marzo 1850).
Ha un mandato quadriennale ma spirando il penultimo, 2 dicembre 1851, anniversario d’Austerlitz, se lo proroga a 10: i ministri saranno organi suoi; promulgherà una nuova Carta; e che abbia il popolo dalla sua, lo dicono 7.439.216 voti contro 640.737 (plebiscito 20 dicembre). L’Impero nasce dopo 12 mesi nel solito glorioso anniversario (7.824.129 sì, 253.245 no).
Emergono vistose differenze. B. intraprende vecchio l’avventura autocratica, sui 65 anni, quanti Napoleone III ne aveva alla morte, esule da 2, dopo 22 tra Eliseo e Tuileries: s’era ingigantito sotto l’ala d’una consorteria; duopolista televisivo, editore dominante, padrone d’innumerevoli società, dalle imprese assicurative alle alimentari, ha inalberato l’insegna politica 9 anni fa perché, persi i protettori, temeva assalti. In casi simili i magnati ricorrono alle lobbies: nell’ipotesi estrema allestiscono un partito gestito da professionisti; lui no, s’inventa condottiero. Demiurgo lo era, attraverso gli schermi, essendosi allevate masse contemplanti. Sceso nell’arena, rimane se stesso, impresario d’illusioni, padrone fagocito, scorridore d’affari, mentre il figlio d’Ortensia esibiva titoli culturali.
Differiscono anche i percorsi: Louis-Napoléon arriva da una lunga traversata politica; B. salta fuori quando nessuno se l’aspettava, jack-in-the-box. Populisti entrambi, cavano il massimo profitto dalle campagne d’opinione. Altrettanto diverso il modo d’agire al potere. L’ex-carbonaro, prigioniero d’Ham, deputato alla Costituente, principe-presidente, infine imperatore, ascolta i consiglieri, talvolta troppo. Ha due alter ego: Charles Morny, fratello uterino,nato da Ortensia e dal conte Joseph Flahault de la Billarderie; e Jean-Gilbert-Victor Fialin, conte Persigny. B. arruola un personale tecnico, o soi-disant tale, dal quale pretende ubbidienza: decide da solo; apertasi la vacanza, 1993, s’è buttato nella mischia. Invano l’ammoniva un inseparabile fedelissimo, stavolta pessimista. Gli uomini come lui amano sé stessi: in politica applica le tecniche vincenti con cui viveva gli affari (rectius li vive: non riesco a pensarlo nel blind trust o simili limbi); il rischio è semplificarsi le equazioni ritoccando i dati. C’era caduto l’autentico Napoleone e persino i caudatari d’Arcore ammetteranno che il loro imperatore abbia meno materia grigia: vanta colpi da satanasso dei business ma deve quasi tutto al favore politico; senza le benevole concessioni eteriche sapremmo appena chi sia.
Anche Mussolini divorava gli avversari nei tornei italiani, salvo svelarsi disastrosamente impari alle partite continentali. B. diffida dell’Europa perché fiuta pericoli: segno d’istinto sicuro; senonché l’lo ipertrofico gli detta passi incauti. Non l’aveva scelto lui il ministro degli esteri: anzi, l’aborriva, tanto da scatenargli addosso i botoli; se n’è subito disfatto, impadronendosi del timone. Cattivo segno, commenta l’osservatore equanime.
Idem quel modo protervo d’usare governo e parlamento nemmeno fossero botteghe sue. Infatti, i consensi calano, né al posto suo mi fiderei dei sondatori che danno costante l’intento elettorale: molti l’hanno scoperto parolaio inadempiente; s’è incrinata l’icona e certi guasti sono irreversibili; quando arrivi l’ora, Dio sa come voteranno. Louis Napoléon era un cavaliere fatalista, laconico, cogitabondo, sensibile, mite, mentre costui straparla, gesticola, smania, digrigna i denti, piange, ride, strepita, noncurante dei fatti, come se le cose esistessero solo in quanto lui le dica, e sono gesti remoti dall’arte politica, con infausti precedenti crispino-mussoliniani. Riapparse le Brigate rosse, irrompe sul palco, incolpando gli oppositori che seminano «odio e menzogna»: nel quaresimale televisivo mima l’eroe sofferente, ripetendo l’allusione; apre il summit della Destra in posa pacifica e quando nessuno se l’aspetta, intavola l’equazione processi-pistole-piazze, dichiarando che niente lo fermerà, visto che 65.8 italiani su 100 marciano con lui; l’indomani lamenta d’essere stato frainteso; in serata monologa a fiumi nel salotto d’una sua rete. Che sia un boss vulnerabile dal ridicolo, pericolosamente fuori posto alla guida dello Stato, lo dicono gli ultimi due aneddoti; davanti alla banda musicale, aspettando l’ospite straniero, imita il colpo d’anca delle sciantose; da Bucarest epura due giornalisti e un comico, colpevoli d’«uso criminoso» della tv pubblica perché nella campagna elettorale non s’erano genuflessi. Viene in mente un film del René Clair minore, L’ultimo miliardario.
Aveva vinto senza splendore, su avversari dispersi, rissosi, già moralmente sconfitti, sfruttando vecchie fobie ormai evanescenti. Dopo un anno appare in debito e, quale taumaturgo, non può permetterselo. Forse le gaffes pubbliche tradiscono rabbiose percezioni del pericolo: sente occhiate fredde; nel partito blu, clonato sull’azienda, è sovrano assoluto, sebbene quel capolavoro eufemistico d’un disegno legislativo gliene attribuisca la sola «mera proprietà», ma i partners non remano concordi. Insomma, sta meno bene del napoleonide. Molto dipende dagli oppositori: se ricalcano i vecchi passi, non ci sarà partita fino a quando conservi gli spiriti animali, determinanti nei regimi personali (l’imperatore gode buona salute, garantisce il 29. bollettino, quello delle catastrofi russe; il secondo Impero ha una nefasta curva urologica; Bottai studia Mussolini cercando sintomi); dal Quirinale, tenendo a Palazzo Chigi un uomo sicuro (sul cuoi nome litigano nel cartello), può regnare tranquillo,forte del monopolio semiotico. Mancheranno persino le parole con cui dissentire. Niente d’irreversibile perché la storia gira e l’animale umano ha tante risorse, ma i sopravvissuti risaliranno da punti bassi, dopo anni d’anestesia morale. Chiudiamo l’escursione in chiave consolante. B. ha aperto l’epoca definibile «cesarismo d’affari e affabile stregoneria mediatica». Sorride ricchissimo: tra poco sarà sua anche l’aria che respiriamo; schiera quanti uomini meccanici vuole; dispone d’incantesimi ignoti ai vecchi maghi. Qualcosa però cambierebbe se fosse combattuto a colpi d’idee e moralità. Era illusione stupida che svanisse da solo o cadesse nella rete d’empi patti, e chi l’ha coltivata doveva perdere. La Sinistra provi d’avere imparato.
http://www.osservatoriomonopoli.it/News_archivio/News_030502_Cordero.htm