Boghey’s Weblog

Maggio 27, 2008

II grande gioco del Bamum forzaitaliota

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di Franco Cordero

(“La Repubblica”, 5 settembre 2003)

 

C’era un oratore da banchetto, pronto e infallibile anche sull’argomento più ostico che i commensali scegliessero a sorpresa: a esempio, «femore»; e lui volava. «Il femore, o signori, è un osso d’armoniose proporzioni». Loquela innocua, spendibile nelle cerimonie nuziali, funebri, accademiche. Fioriscono anche elocutori meno dediti all’arte pura. Eccone uno nelle cui ballate spesso figura Berlusco felix (così i contemporanei chiamano Lucio Cornelio Silla, al quale riesce ogni impresa). L’anno scorso avevo raccolto due detti memorabili: una similitudine (l’affarista barzellettiere paragonato a De Gaulle) e l’articolo dove, a proposito del conflitto d’interessi, enumerava tre effetti negativi. Primo: finché sia malvista dall’Europa, Mediaset non acquisirà mai i “gioielli televisivi” continentali; Deo gratias, direi. Secondo, la Rai è succuba della sinistra. Infine (salto acrobatico), i pubblici ministeri sono strapotenti e impuniti. Stavolta, fulmineo, risponde ai motivi della sentenza Imi-Sir e Lodo Mondadori stroncandola (Corriere della Sera, 8 agosto). Hanno cinque colpe gli autori: predicano valori morali; dipingono l’imputato; rievocano le polemiche esplose durante il processo; rivendicano l’imparzialità; scrivono storia. Roba da “giustizia militante”, “tribunali speciali”, “Stato etico” (i modelli novecenteschi sono corti moscovite 1936-38, il Volksgerichthofnazista, i nove scherani in divisa nera che condannano i “traditori” fascisti a Verona, 10 gennaio 1943). Poi spiega come motivino le sentenze i “buoni sistemi giuridici”. Indi declama punti interrogativi: cosa legittima gli ayatollah togati al mestiere storiografico? (lui compone historiettes divulgative); può un giudice dolersi degli attacchi subiti?; non è “conflitto d’interessi” pari al berlusconiano? Ormai nei circoli neutrali è mala physiognomìa avere riflessi morali e una testa che pensa.

 

Irriconoscibile. Ha cambiato stile, dalla prosa notarile al canto impetuoso e ventila l’idea d’una falsa giustizia milanese. Forse qualche credulo beve ma ogni lettore sveglio fiuta il trucco, svelato nell’intervista al presidente del collegio (p. 10). Perché due atipiche pagine introduttive? Risposta: “uno scatto d’orgoglio”; avevano taciuto anni interi sotto infami contumelie. Risposta limpida, noncurante dei commenti obliqui. L’ex ambasciatore pilucca nelle due pagine, ignorandone 535. Se cerca una macchina critica d’ottima fattura, legga quelle sui reperti, dalle minute d’atti giurisdizionali sequestrate negli archivi d’avvocati-ombra ai conti bancari esteri: Corte d’appello e Cassazione diranno se resti qualche dubbio; spacciarle come fiction politicante è gesto falsario. Lo lasci agl’interessati o al personale dei Barnum forzaitaliota.

 

Gli argomenti della seconda metà tagliano il fiato: a Milano c’è un tribunale montagnardo; condannando elude la questione del come mai avvenissero tante baratterie. Qui pesca nel Foglio 7 agosto, fonte quasi biblica: delinquevano tutti, politici, imprenditori, finanzieri, “persino alcuni magistrati” (infatti, sedevano alla sbarra nelle aule milanesi); correva una “contabilità perversa” tra economia e politica; burocrati corrotti; imprenditori d’avventura perseguivano impunemente disegni impensabili nel mercato. Ha descritto benissimo l’impero televisivo fondato sul privilegio. Allora è una fandonia la ghigliottina con cui “i comunisti”, manovratori della magistratura eversiva, decapitano l’Italia liberal-cattolica affossando una virtuosa classe politica: nei primi anni Novanta il malaffare pullula dovunque un pubblico ministero scavi; anzi, basta grattare col dito; e ripullula nel terzo millennio sotto l’ala liberista (perciò gli homines novi vogliono procure ministeriali, affinché nessuno disturbi gl’integrati).

 

Resta l’ultimo quarto, sbalorditivo. Che la malattia richiedesse terapie politiche, l’aveva detto Craxi (eponimo del sistema). Oggi l’ascolteremmo. Se vuol essere fedele alla sua missione storica, B. rilanci l’idea: ha tutti i titoli; “vecchio imprenditore”, conosceva a menadito i giri. Non è perfida ironia. Gli consiglia mosse clamorose: promuovere un bagno collettivo; esca “dal pantano in cui rischiamo” d’affogare; “vol[i] più alto”; “molti gliene sarebbero grati”. Se ho capito bene, raccomanda una bevuta nel fiume Lete, pochi sorsi del quale estinguono le memorie. Lavarsi significa oblio delle cose antipatiche. Fingiamo che B. sia vero imprenditore, dagli esordi adamantini, senza passato piduista, uomo d’una sola parola, incline al rispetto delle norme, lettore d’Erasmo e Tommaso Moro, mai volgare: che i network non nascano dal privilegio negoziato sotto banco; i relativi programmi coltivino le anime; l’agonista d’Arcore non falsifichi bilanci, né frodi il fisco; convertendo l’azienda nel partito, salvi l’Italia dal drago comunista; e siccome guarda solo l’interesse collettivo, sia inutile ogni cautela normativa. Nei mondi virtuali il passato fluttua: ci vuol poco a cambiarlo, ancora meno se cooperano gli oppositori; insomma, torniamo all’aprile 1994 quando, unto dal popolo, destina alla giustizia l’on. P., ora condannato a 11 anni dal “Tribunale speciale”.

 

Peccato che l’incantesimo non attecchisca. Pochi italiani bevono dal Lete. Mentre S.R. predica bagni pro divo Berluscone, la campana economica suona a morto: secondo calo stagionale delPil; è la prima volta dopo 11 anni; e da 2 pontifica lo pseudo-taumaturgo insuperabile nell’arricchirsi in barba alle regole. Sebbene voli sulla mongolfiera d’un Ego mostruoso, sente l’acqua alla gola: infatti, cova misure straordinarie; gli presterà man forte l’hard boiled ex-ministro degl’Interni, reso famoso dal turpiloquio su un morto davanti al quale dovrebbe stare col cappello in mano, chiedendo umilmente perdono.

 

Parliamo ancora dei tropismi: sono movimenti d’un organismo, pianta o animale, causati da stimoli esterni; se ne vedono tanti nel bestiario politico. Ne abbiamo alcuni sotto gli occhi. Giovedì 7 agosto, apparsi i motivi della condanna, «Il Foglio» intavola una disperata difesa: così facevano tutti, come nell’opera; e B. non è anacoreta. Vero ma le tangenti sono colpe veniali davanti alla giustizia venduta, specie quando porti al corruttore un impero editoriale. Stride la conclusione: che meriti una corona perché rampava meglio dei concorrenti, tanto da accumulare tesori diventando anche presidente del consiglio; siamo già a Tortuga, isola pirata? L’indomani canta l’ex-feluca. Dalle stesse colonne, sabato 9, varia l’antifona uno la cui rubrica emette fiamme: in posa zarathustriana assale “i moralisti a senso unico”; su, allestiscano un girotondo sullo scandalo Cirio; “meditate gente, meditate” sull’ Italia antica”, organicamente malavitosa. I corollari emergono da soli: al diavolo i moralismi; fidatevi del self-made man d’Arcore, liberista sui generis dal quale lo scandinavo non compra nemmeno un’automobile usata; il futuro nasce dalle sue lanterne. Se le risorse dialettiche del circo criptoberlusconiano sono tutte lì, mala tempora currunt. L’abbiamo visto così tremebondo da disdire l’appuntamento veronese con Schroeder all’Arena: temeva i fischi; ormai vive nel virtuale. E come strepita l’ignivoro (ivi, 24 agosto) sul fatto che, Lui assente, l’orchestra esegua gl’inni nazionali, con profitto morale del futuro antagonista.

 

Lunedì, 08 settembre 2003 

 

http://www.ildialogo.org/elezioni/barnum08092003.htm

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